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Collisioni in Volo

 

Drammatico racconto in prima persona

Considerazioni generali di
Aldo Cernezzi


Dal newsgroup rec.aviation.soaring abbiamo tratto l’interessante e drammatico racconto, in prima persona, di una collisione in volo tra due alianti; i fatti si sono svolti tra le montagne della zona di Seattle, costa nordoccidentale degli USA. L’altro pilota, amico dello scrivente, non è riuscito a lanciarsi in tempo.

“Voglio esporre il mio pensiero sulle collisioni, per aiutare altri piloti a trarre una lezione dalla mia esperienza. Il nostro è un gruppo abbastanza nutrito di piloti, abituati al volo tra le montagne. Recentemente, avevamo commentato tra noi un messaggio di un pilota francese, che ammoniva a non utilizzare il GPS in ambiente alpino, per le possibili distrazioni e per le erronee informazioni che esso può dare circa la rotta e la distanza dei campi atterrabili. Tale affermazione radicale poteva avere senso, ci era sembrato, anche nel nostro territorio caratterizzato spesso da plafoni poco più alti delle creste. La rotta verso zone atterrabili ci porta spesso a seguire canyon e spaccature. Senza una perfetta immagine mentale dell’orografia non c’è GPS che possa aiutarci.

Per questo motivo, sono certo che nessuno di noi due (io, su Libelle, e Will su DG-400) stesse osservando strumenti di navigazione al momento dell’impatto. Questo si verificò nell’arco massimo di trenta secondi dall’ultima posizione reciprocamente conosciuta. Stavamo volando insieme da parecchio tempo, quel giorno, scambiandoci via radio continue informazioni sulla posizione e le condizioni meteo. Lungo una catena montuosa, si era creata una stretta linea di cumuli con base a circa 800 metri sopra la cresta. Noi seguivamo la strada nel terzo superiore della fascia portante. Will mi precedeva e scelse di virare a sinistra, verso Ovest, mentre io tiravo dritto; ma nessuno di noi disse nulla alla radio. Concludendo il suo giro, senza che nessuno vedesse l’altro, si ritrovò alla mia sinistra, vicinissimo e tangente alla mia rotta, mentre io sopraggiungevo abbozzando una correzione verso destra. Con le fusoliere praticamente parallele, la mia ala sinistra (alzata) urtò la sua ala destra da sotto.



Alle nostre spalle, c’erano le montagne più alte; di fronte, il sole ormai basso all’orizzonte. Le condizioni di luce e di contrasto con lo sfondo non erano ottimali. Entrambi abbiamo certamente fatto una supposizione sbagliata: che fossimo altrove. Io credevo che lui avesse solo compiuto un 180 gradi per sfruttare la linea di cresta, lui forse ha pensato che io lo seguissi nella termica. Will si accorse del pericolo quando eravamo a meno di 30 metri di distanza e mi chiamò per radio. Un attimo dopo io stavo cadendo nel vuoto, con in mano la maniglia del mio paracadute e potevo vedere il bosco ripido a meno di 50 metri sotto di me. Il paracadute si aprì due secondi prima del morbido impatto con i rami di giovani alberi. Ero illeso, tranne per le ferite al volto causatemi dalla rottura del plexiglass della capottina, che non fu necessario aprire per lanciarmi. Per estrarmi dall’abitacolo, ricordo solo di aver usato tutta la forza del mio braccio destro. Non è chiaro cosa abbia impedito a Will di fare altrettanto, se avesse perso coscienza durante l’impatto o se qualcosa (interferenze, ferite, accelerazione centrifuga) gli abbia impedito di lanciarsi.

Il nostro peccato è stato di presunzione. Invece di chiamarci subito l’un l’altro, per dirci “ehi, ti ho perso, amico!” come avevamo già fatto tante volte in quel giorno, abbiamo lasciato che il vuoto d’informazione fosse riempito dalle certezze precedenti. L’intelligente uso della radio fu sospeso per soli trenta secondi, sufficienti a metterci nei guai. Forse eravamo rilassati, perché ormai con la planata sicura verso casa.

La catena degli eventi in questo caso deve riportare solo alcune minuscole note, facilmente sottovalutabili: l’ora tarda con il sole basso, la situazione di “fine del volo” con la planata assicurata, una sensazione di crescente fiducia e abitudine a volare in stretta prossimità, la certezza che l’altro fosse vigile almeno quanto me, l’emozione e la stanchezza per un volo bello e impegnativo…

Ho scritto queste note perché conosco bene la famiglia di Will, persone concrete e sincere, e perché non voglio disonorare la memoria del mio caro amico scegliendo l’omertà e rinunciando a fornire informazioni che possono essere utili per tutti i volovelisti.”

Perché le collisioni
Vere collisioni tra alianti sono piuttosto rare, in Italia. In anni recenti, se ne è verificata una durante la Coppa Città di Torino, come questa in una termica e con perdita di una vita; una ventina di anni fa, durante i campionati italiani della Classe Libera, vi fu un tremendo impatto tra due alianti in prossimità dell’aeroporto (passaggio veloce) senza perdita di vite umane; il noto istruttore di secondo periodo Costantino Nedialkov è deceduto per una collisione tra un biposto e un monoposto a Rieti. Inoltre, la Commissione Sicurezza ha ricevuto una segnalazione di mancata collisione nel corso del 2003 (volo veloce a quota molto vicina alla base di condensazione sotto una strada di cumuli); del resto, sappiamo tutti che si tratta di eventi per nulla occasionali. Nelle Alpi Francesi, dove in giornate buone volano oltre 500 alianti, si verificano in media due collisioni ogni anno, che spesso hanno esito fatale per almeno uno dei piloti coinvolti. Altrove, in questa rivista, potete leggere del nuovo dispositivo di allarme sviluppato in Svizzera, a dimostrazione ulteriore che il problema sussiste.

L’occhio umano
L’uomo ha gli occhi nella parte anteriore del cranio. La migliore capacità di mettere a fuoco e identificare i dettagli è presente solo in una ristrettissima zona centrale del nostro campo visivo, perché solo nella fovea i coni e bastoncelli che sono i nostri recettori visivi, sono presenti in altissima densità. Nonostante questo, la sagoma frontale di un aliante moderno, affusolato e sottile, non può essere notata a una distanza superiore ai 2 chilometri. Il nostro occhio se la cava molto meglio quando è aiutato da un fortissimo contrasto, di solito fornito dal riflesso della luce del solo contro sagome lontane (ecco perché un aliante in una termica lontana sembra sparire quando non è disposto in modo da riflettere la luce verso di noi). La visione periferica, invece, è estremamente povera di dettagli; risulta capace soprattutto di attirare l’attenzione del cervello in caso di movimenti improvvisi. Sappiamo tutti, però, che un oggetto in rotta di collisione appare stazionario rispetto alla nostra prua! Non possiamo quindi contare sulla visione periferica per notare un aeromobile in avvicinamento. È invece assolutamente indispensabile eseguire una continua scansione dello spazio aereo, girando gli occhi e anche e soprattutto la testa (il collo deve fare un po’ male…).  

Messa a fuoco
La risoluzione di cui sopra, lungi dall’essere ottimale, viene ridotta drasticamente da un’imperfetta messa a fuoco (o accomodazione). In presenza di particelle di sporco sul plexiglass, l’occhio tende a focalizzare su di esse, rendendoci di fatto gravemente miopi. La pulizia della capottina è quindi un primario fattore di sicurezza. Col sole basso sull’orizzonte anche una patina uniforme di polvere può rendere molto difficile la visione, creando un velo grigio che nasconde l’ambiente esterno.  

Tempi e velocità
Con le velocità di volo degli alianti, una distrazione dall’osservazione esterna che duri più di 5 secondi è da considerare un grave pericolo. Due mezzi su rotte opposte a 180 km/h, come può accadere nel volo di pendio, si avvicinano di ben 500 metri in tale breve intervallo. In questo senso, raccomandiamo di prendere familiarità con tutta la strumentazione, evitando di dover sfogliare pagine e pagine del display di computer, palmari e GPS, prima di trovare l’informazione che ci serve. In alternativa, è meglio rinunciare a questi altrimenti preziosi strumenti.  

Sagome e colori
Il nostro cervello interpreta le informazioni raccolte dagli occhi, e riconosce tra esse alcuni oggetti in base alla sagoma memorizzata. L’applicazione di strisce colorate su ali e fusoliera può, secondo recenti studi, spezzare le sagome rendendo quindi paradossalmente più difficile notare un altro aliante. Il colore più adatto ad un aeromobile è il nero. Purtroppo, ciò non è compatibile con la natura delle resine di cui sono costruiti gli alianti; in subordine il bianco dà i migliori risultati. Ottimi effetti sembrano raggiungibili con le nuove sottili pellicole adesive a specchio, che vanno applicate, seguendo il concetto di riconoscibilità della sagoma, nel senso dell’apertura alare su tutto il bordo d’attacco o d’uscita, nonché sulla deriva. Solo nel caso di sfondo innevato, larghe strisce rosse possono avere senso. Strobo-flash, molto usati sugli apparecchi a motore dove è disponibile un generatore elettrico, non sono applicabili agli alianti con facilità. La loro utilità è comunque limitata alle ore di minore insolazione, e a distanze molto ridotte.  

Cattive abitudini
Fissare il variometro, non girare la testa, non osservare lo spazio aereo prima di iniziare una virata, non guardare anche in alto e in basso, fissare l’attenzione sugli alianti già in vista senza cercarne altri ancora. Molti istruttori di secondo periodo ci hanno riportato che tali comportamenti sono troppo diffusi tra i piloti, soprattutto italiani. Le abitudini corrette vanno prese durante la scuola, e devono andare a sradicare comportamenti che sono ormai (purtroppo) abituali alla guida di mezzi terrestri. A riprova di ciò, ho potuto notare che normalmente gli Italiani vengono bocciati all’esame di guida americano, proprio perché nei cambi corsia guardano solo nello specchietto retrovisore, senza osservare anche direttamente girando la testa. Un errore di questo genere, durante il volo, è senza dubbio gravissimo.  

Fasi a rischio
Tutte. Ma in particolare il rischio si aggrava nel volo cooperativo tra due o più alianti. Può accadere per esempio quando si va a zonzo tra amici, come nel racconto del pilota americano; o quando volando in gruppo anche in competizione si va alla ricerca di una buona termica esplorando un’area promettente (è facile che il gruppo prenda a volare disordinatamente, ognuno convinto di essersi allontanato dagli altri e intento a osservare il variometro). Un roccolo di alianti è un’attrazione irresistibile, e prima o poi verrà raggiunto da altri alla ricerca di una salita segnata; occorre sempre essere attenti verso l’esterno del roccolo: potrebbe sopraggiungere qualcuno che ha fissato l’attenzione solo sugli altri alianti. La planata finale in prossimità dell’aeroporto, verso il quale possono convergere altri mezzi da direzioni anche leggermente diverse, o più bassi ma più veloci, i quali avranno la tendenza prima o poi a richiamare guadagnando bruscamente quota. Il volo ”delfinato” sfruttando linee energetiche, quando è frequente fissarsi sul variometro per tirare la barra con decisione al momento di attraversare un’ascendenza senza guardare prima in alto e indietro. Il volo d’onda, nel quale spesso si guadagna quota senza mai virare, quindi senza esporre l’aliante a diversi angoli d’illuminazione rendendolo molto meno visibile da distanze di qualche chilometro.  

Conclusione
Non basta guardare, bisogna vedere. Nella maggior parte delle collisioni conosciute, almeno uno dei due piloti coinvolti era in una posizione che gli avrebbe permesso di riconoscere la presenza di un altro aliante, di valutare il rischio, e di intraprendere un’azione evasiva. La nostra mente può distrarsi facilmente. Osservare con attenzione ha un grande valore.  

Tabella Dimensioni, distanza di identificazione e tempo prima dell’impatto
Aliante di 15 m  

Distanza reale
Dimensione apparente
(apertura alare)  
Tempo prima dell’impatto
(velocità reciproca)  
    90
km/H
180
km/h
360
km/

mt 100

cm. 15

sec 4 sec 2 sec 1

mt 500

cm. 3

sec 20 sec 10 sec 5

mt 1.000

cm. 1,5

sec 40 sec 20 sec 10

mt 1.500

cm. 1

sec 60 sec 30 sec 15



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